Le energie rinnovabili stanno conoscendo una crescita senza precedenti. Secondo IEA e IRENA, entro il 2027 metà dell’elettricità mondiale sarà prodotta da fonti rinnovabili, quota destinata a salire al 55% nel 2030. A guidare questa trasformazione è il fotovoltaico, che cresce del 15% l’anno e si prepara a raggiungere e superare eolico e idroelettrico.
Il successo del solare deriva da tre fattori principali: semplicità d’installazione, bassa manutenzione e costi sempre più competitivi, compresi tra 3 e 6 centesimi di euro per kWh. Tuttavia, l’espansione del fotovoltaico tradizionale solleva problemi legati all’uso del suolo e all’impatto paesaggistico. I tetti, pur rappresentando una soluzione distribuita e sostenibile, non offrono superfici sufficienti per coprire la crescente domanda energetica.
Una risposta innovativa a questo dilemma è rappresentata dal fotovoltaico galleggiante, con pannelli installati su bacini idrici naturali o artificiali che trasformano superfici inutilizzate in fonti di energia pulita. Questa tecnologia offre vantaggi multipli. Anzitutto, riduce l’evaporazione dei bacini, con fino a 10.000 metri cubi d’acqua risparmiati ogni anno per ettaro coperto, e aumenta così la disponibilità idrica. Inoltre, i pannelli sull’acqua beneficiano di un effetto di raffreddamento che migliora l’efficienza energetica, raggiungendo densità di potenza dieci volte superiori a quelle dell’idroelettrico. Anche coprendo solo il 5-10% di un bacino è possibile raddoppiare la capacità produttiva di una centrale esistente senza nuove infrastrutture elettriche.
Il costo del fotovoltaico galleggiante è oggi solo leggermente superiore a quello su terra, ma la sua produttività è più elevata. Non sorprende quindi che il settore stia crescendo a ritmi del 30-40% l’anno, con una potenza globale di 10 GW già installata nel 2024. Il boom è trainato soprattutto da Cina e Sud-est asiatico, dove la tecnologia è integrata con impianti agrivoltaici, piscicolture e centrali idroelettriche.
In questo scenario, l’Italia rappresenta una contraddizione. Nel 2013, su 20 impianti galleggianti nel mondo, sei erano italiani: un segnale di leadership che non ha avuto seguito. Oggi il nostro Paese è fanalino di coda in Europa, superato da Francia, Spagna e Germania. Le cause sono l’inerzia delle grandi società energetiche, ancora legate ai combustibili fossili, una burocrazia complessa che rallenta le autorizzazioni e un atteggiamento culturale spesso ostile all’innovazione, nonostante l’assenza di impatti ambientali significativi.
A ciò si aggiungono il degrado dei bacini idrici, il dissesto idrogeologico e la preferenza politica per grandi investimenti centralizzati, dal gas al nucleare, più che per una rete diffusa di piccoli impianti. Eppure, l’Italia possiede migliaia di invasi, lagune e cave dismesse che potrebbero ospitare fotovoltaico galleggiante, conciliando produzione energetica e tutela del territorio.
Recuperare il tempo perduto è ancora possibile. Servirebbe però una strategia nazionale integrata, che unisca la gestione delle risorse idriche alla transizione energetica. Il fotovoltaico galleggiante potrebbe diventare uno dei protagonisti della rinascita verde italiana, a patto che si scelga finalmente di crederci.